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Il graffitismo. Arte o imbrattamento

di Pierluigi Vignola 14 aprile 2014


La storia dell’arte è testimone di esempi di persone o filoni, che sono rimasti per lungo tempo incompresi, prima di essere scoperti dalla gente e prendere il posto che meritavano nell’Olimpo artistico. La medesima storia umana ci racconta di scoperte che sembravano inutili, controproducenti, a volte addirittura criminali ma che poi si sono rivelate grandi scoperte. Il graffitismo potrebbe possedere entrambe le caratteristiche.



I graffiti sono una evoluzione delle scritte che le bande giovanili statunitensi facevano sui muri al fine di delimitare il loro territorio. Le prime sono datate addirittura negli anni ‘50, sull’asse Philadelfia-New York ma è nella grande mela che esplodono. Tra il 1972 e il 1975 comparvero le prime scritte, quasi esclusivamente evoluzioni delle firme, poi raccogliendo la sfida di Super Kool 223, molti writers iniziarono a fare i primi “wild style”.

Dopo circa 10 anni di non considerazione, negli anni 80 i graffitari sono diventati un problema di decoro urbano. Le istituzioni cittadine hanno tentato di combatterli in tutti i
modi, non riuscendo a risolvere nulla, perché cancellare presupponeva ridipingere muri.
C’era una esigenza, quindi, di dialogo e di reciproco riconoscimento dei diritti fondamentali, quale riconquista della civile convivenza: da una parte c’è il diritto dei cittadini a non subire l’imbrattamento delle proprie città e dall’altra il diritto dei writers ad esprimersi con una “nuova” forma d’arte che da 40 anni produce artisti apprezzati, e, odiati vandali.

L’arte è per definizione “controversa”, non fa eccezione quello che comunemente si definisce “graffitismo” per alcuni, “street art” per altri e ancora “spray art” o semplicemente “vandalismo”. Quando non ci si comprende con le definizioni diventa ancora più difficile capire la sostanza del fenomeno, ma in fondo se ci si toglie anche questo compito, i sociologi non servono più a nulla.

Per necessaria semplificazione definiremo l’arte di dipingere, utilizzando degli spray, i muri delle nostre città, i vagoni delle metro, le stazioni ferroviarie ed ogni altro posto utile allo scopo, con disegni o firme, come “graffitismo” o “writing”. I “graffiti” o “pezzi” o “disegni”, le opere. Chi produce un graffito invece, verrà definito “writer”(o graffitaro). La facciata di un palazzo e di un treno che hanno la sola colpa di essere accessibili. La distinzione che sempre genera confusione è quella tra “muralismo”, “graffitismo” e la “street art”.

Tutti questi filoni sono accomunati dall’utilizzo prevalente del muro quale “tela” ma sono espressioni di diversi movimenti culturali che nascono in periodi e con presupposti differenti. Il muralismo (moderno) è una forma d’arte nata in Messico negli anni ‘20, espressa tramite grandi opere, con temi prevalentemente narrativi ed epici anche storici di episodi che riguardano la comunità. I murales contrapposero una pittura primitiva e istintiva, all’aristocratica pittura da cavalletto, percepita quale aliena rispetto al popolo; e comunemente definisce tutte quelle manifestazioni artistiche compiute in spazi pubblici.

Scopo dell’artista non è solo imporre il suo nome, ma creare un’opera d’arte che si contestualizzi nello spazio urbano, tentando spesso di realizzare il recupero delle periferie. La pittura fatta con gli spray (o aerografi) su varie superfici tra cui (oltre a muri e vagoni) Skateboard, Surf, Snowboard etc…è la stessa parola usata anche in inglese e si riferisce all’italianissimo (e proveniente dal latino) “graffio”. Il writing nasce invece nell’illegalità e dalla volontà di autoaffermazione dei giovani. Si esprime prevalentemente tramite il lettering (studio della lettera) fissato ai muri tramite pennarelli e vernice spray. La street art è l’evoluzione del writing che si è evoluto tramite lo sviluppo dei mezzi e della volontà di lanciare un messaggio che non sia solo rivolto all’autoaffermazione e al “marcare il territorio” ma che fornisca un messaggio più completo e complesso, che parte dalle “piccole verità” e dalle visioni personali, alla denuncia, dall’affermazione ideologica fino a processi più complessi. Per street art si intende oggi non solo una forma d’espressione artistica, ma un movimento che ha le sue radici nel writing e che si e sviluppato in molteplici direzioni, usando molti strumenti.

Ad accomunare writing e street art troviamo alcune caratteristiche fondanti, la sostanziale illegalità di partenza dei giovani artisti, la volontà di riappropriazione degli spazi pubblici, ma soprattutto il fatto che la street art ingloba il writing che è passato dall’essere “genitore” all’esserne “figlio”. Per capire la differenza tra arte e vandalismo è necessario capire la produzione dei writers. Al contrario del pensiero comune, anche l’espressione più semplice del graffitismo (ma non del vandalismo) è il risultato di un lavoro complesso che non inizia direttamente sul muro ma ci arriva dopo lunghi tentativi fatti sulla carta.

Per i writers, la tag altro non è che una firma, serve a indicare l’autore dell’opera, anche se molti ragazzi “taggano” solo per spirito di emulazione, perché non sanno fare altro o per vero e proprio vandalismo. La tag è il primo alito artistico, primigenio di tutto il moderno graffitismo ma anche il primissimo approccio al writing, per questo motivo i giochi per bambini presenti nelle grandi città, ritrovo di quelle fasce di età che vanno dagli 11 ai 14 anni, sono stracolmi di tags. Alcuni “writers” (poco evoluti) non conoscono neanche l’uso degli spray ma solo quello dei pennarelli, con i quali riempiono di firme le metropolitane, autobus o treni. Si è già sostenuto che molti writers possiedono una cosiddetta “coscienza sociale” e sono convinti di attuare, con i loro disegni, un vero e proprio recupero urbano; pertanto se i graffiti vengono inseriti in contesti e canoni accettabili diventano una strepitosa risorsa per la città, oltre a rappresentare una crescita artistico-culturale per i più giovani.


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