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Chi nicchi e nacchi, il libro tutto in siciliano di Raimondo Moncada, scrittore-giornalista della Fijet Italia

di Giacomo Glaviano 06 ottobre 2015

Si tratta dell’ultima opera scritta orgogliosamente nella lingua siciliana dal collega Raimondo Moncada, libro che raccoglie cunti, canti, liriche originali dello scrittore nato e cresciuto in Sicilia e in siciliano, composto nella sua lingua madre e recitati negli anni in pubbliche rappresentazioni teatrali.



E’ un’opera in cui si esalta in tanti brani la vena umoristica del suo autore, ma anche quella poetica con toni fantastici e quadri surreali.

Chi nicchi e nacchi include anche brani rivisitati in maniera originale tratti dal ricco patrimonio popolare e letterario della Sicilia. Tutto scritto in siciliano, nella stessa lingua di Luigi Pirandello, Andrea Camilleri, Ignazio Buttitta, Nino Martoglio, Alessio Di Giovanni... 
Una sfida e soprattutto un atto d’amore.

Raimondo Moncada la pensa come Andrea Camilleri, l’ormai celebre scrittore empedoclino che ha sdoganato la lingua siciliana con opere di successo tradotte in tutto il mondo. Italiano e siciliano non sono la stessa cosa. Sono due mondi, due dimensioni espressive e mentali differenti.

“Il dialetto – dice Camilleri – è sempre la lingua degli affetti, un fatto confidenziale, intimo, familiare. Il dialetto di una cosa esprime il sentimento, mentre la lingua di quella stessa cosa esprime il concetto. Mi capita di usare parole dialettali che esprimono compiutamente, rotondamente, come un sasso, quello che io volevo dire, e non trovo l’equivalente nella lingua italiana”.

Ecco allora spiegata la ragione della fiera pubblicazione in siciliano di “Chi nicchi e nacchi” un modo di dire che tradotto in italiano significa “Ma che c’entra?”.

Il libro è per Raimondo Moncada, scrittore e giornalista agrigentino, membro della Fijet Italia, la federazione internazionale dei giornalisti e scrittori di turismo, motivo di riscatto e di orgoglio. Dà pubblica dignità ed espressione artistica all’originaria lingua dell’anima, vissuta non come povertà, ma come fiero arricchimento.


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