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La Croce di Chiuddia

di Antonio Fragapane, SiciliaOnPress 13 dicembre 2015

La leggenda narra di un gruppo di mucche al pascolo nelle terre del feudo Vaccarizzo, che un giorno, durante il loro solito ruminare, all’improvviso iniziarono ad allontanarsi e a dirigersi verso est fino alla campagna di Chiuddìa, dove, arrivate in un determinato punto, si inginocchiavano.



Lo strano fenomeno non sfuggì al loro pastore, così come non gli sfuggì anche che ogni giorno, e per diversi giorni, le stesse vacche continuarono a recarsi nello stesso luogo su cui sistematicamente si inginocchiavano. Stupito e incuriosito da tale comportamento, il pastore si recò nel punto che tanto sembrava interessare ai suoi animali e istintivamente iniziò a scavare. E fu spostando le zolle di terra che rimase letteralmente sbalordito da quello che trovò: un’enorme croce lignea, rozzamente lavorata e assemblata.

Appena poté riprendersi dallo stupore della scoperta, pensò al modo per estrarre la croce dal terreno. Decise di legarla alle sue vacche in modo tale che potessero trainarla ma, incredulo, si accorse che non si spostava minimamente in nessuna direzione. Impotente, decise allora di recarsi presso i feudi vicini per raccontare dello straordinario ritrovamento e per ottenere l’aiuto necessario per liberare la croce e poterla infine collocare in un sito idoneo. In tanti e da molte località si recarono nel luogo della scoperta dove, estratta finalmente la croce, si decise di costruire una chiesa in cui poterla conservare al meglio e renderla visibile ai fedeli. Fu così che, a circa tre kilometri dal paese di Casteltermini, si edificò l’Eremo di Santa Croce, che ancora oggi è la chiesa che la custodisce.

Indiscutibili esami scientifici hanno chiarito che la croce è di legno di quercia ed è costituita da tre tronchi, lavorati grezzamente, resi a sezione quadrata e uniti tra loro da tre chiodi di ferro. Le sue misure sono notevoli – essendo infatti alta 3,49 metri e larga 2,25 – e presenta, inoltre, sulla sua sommità una piccola cavità rettangolare usata per potervi inserire una custodia che in passato probabilmente conteneva una reliquia. Ma oltre alla leggenda appena narrata, che ne descriverebbe il singolare ritrovamento, vi è anche un’altra sorprendente curiosità che riguarda la croce di Casteltermini.

Tale oggetto infatti, così come chiaramente si può immaginare, ha da sempre attirato l’attenzione di numerosi studiosi che si sono sin da subito interrogati sulla sua origine e sull’età che potesse avere. La croce nel corso dei decenni è stata oggetto di molte analisi, la più importante delle quali risale al 1984 e fu realizzata a cura del prof. Francesco Lo Verde, il quale in quella occasione si rivolse al laboratorio dell’Istituto Internazionale per le Ricerche Geotermiche di Pisa, centro d’eccellenza che opera in sinergia con il Consiglio Nazionale delle Ricerche (il CNR) e che risulta essere, da sempre, il laboratorio scientifico più importante d’Italia e tra i migliori d’Europa. Ebbene, per stabilirne con certezza l’età è stato analizzato col metodo del carbonio 14 un frammento di legno appartenente alla croce e i risultati ottenuti sono stati a dir poco strabilianti: è stato infatti accertato che il legno con cui la croce è assemblata sia stato ottenuto da una quercia tagliata nell’anno 12 d. C., dato cui va applicata un’approssimazione massima di 70 anni e che quindi, nel peggiore dei casi, collocherebbe il legno usato nell’anno 82 d. C., ovvero il primo secolo dell’era cristiana.

La circostanza che la croce di Chiuddìa risalga al primo secolo dell’era cristiana è da associare all’ipotesi che la stessa, verosimilmente, non sia stata realizzata utilizzando legno vecchio di secoli ma, al contrario, appena tagliato o reciso al massimo nei mesi o negli anni immediatamente precedenti, quindi sempre in pieno primo secolo a. C. E tale conclusione – associata agli esiti di un metodo indubbio – la renderebbe unica, in quanto quella di Casteltermini risulterebbe essere la croce paleocristiana più antica che si conosca al mondo, non esistendo infatti reperti di questo tipo aventi un’età più antica provata e certificata.

Ma i misteri legati alla croce di Casteltermini non si esauriscono qui. Infatti, il tronco verticale – all’altezza del chiodo centrale che lo unisce col tronco orizzontale – è segnato da due profondi tagli longitudinali che rendono poco chiare le incisioni ivi presenti, tanto che ad oggi non è stato ancora possibile svelarne con certezza il significato. Vi è infatti una prima scritta, costituita dal celebre I.N.R.I. (ovvero Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, “Gesù Nazareno Re dei Giudei”), e una seconda, così scandita: P.M.H.L.S.D.P.C.N., ovvero, secondo la suggestiva ipotesi formulata da Vincenzo Gaetani nel 1890, Pro Martyribus Huis Loci Saeviente Decii Persecutione Cruce (“ai martiri di questa terra morti in croce durante la persecuzione di Decio”), nulla precisando circa il significato della finale lettera N.

A dire del Gaetani sembrerebbe infatti che la croce, già realizzata almeno due secoli prima, possa essere stata usata come strumento di martirio durante la persecuzione contro i cristiani che l’imperatore romano Decio avviò nella metà del III secolo d.C. e che gli stessi cristiani che abitarono le terre dove poi fu fondato il paese di Casteltermini abbiano deciso di seppellirla proprio in quel luogo per tentare di obliare il drammatico periodo di oppressione subita. Secondo un’altra ipotesi molto meno affascinante della prima, invece, tale anagramma andrebbe tradotto con la frase “di sua mano questo legno il sacerdote don Paolino Chiarelli scolpì”, completata dalla scritta IN ANNO DOMINI V ind 1667, ovvero “nell’anno del Signore, quinta indizione, 1667”.

La fama della croce di Casteltermini attirò l’attenzione e stimolò anche la curiosità del famoso antropologo Giuseppe Pitrè, il quale nel 1875 – all’interno dell’opera Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani – scrisse, a proposito del suo leggendario ritrovamento, che scavannu scavannu, truvaru ‘na cruci, ch’ancora esisti nni la chiesa di Santa Cruci, e c’è un scrittu chi nun si pò lejiri da nisciuna pirsuna. E probabile appare anche l’uso che nel corso del XVII secolo, si tramanda, ne fecero i baroni locali: strumento dall’innegabile fascino religioso utilizzato per attrarre nel nascente borgo di Casteltermini il maggior numero di persone, in tal modo acquisendo un crescente potere politico e un più incisivo prestigio sociale all’interno del parlamento siciliano. Ancora oggi la croce di Chiuddìa continua a evocare suggestive leggende e a essere avvolta da quell’affascinante alone di mistero che la nota festa locale del Tataratà – con la sua danza di ringraziamento e di prosperità, tra venerazione e commemorazione – celebra ogni anno.
 


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