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Viaggiare aiuta ad abbattere i pregiudizi verso gli altri popoli

di Giacomo Glaviano 13 maggio 2016

Viaggiare rende più aperti in termini di fiducia verso il prossimo e verso le altre culture. La questione potrebbe risultare banale e già in passato altri studi accademici hanno evidenziato la correlazione positiva tra viaggiare e una maggiore apertura verso il prossimo.Importante la Dichiarazione di Marrakech, che ha sollecitato le istituzioni educative musulmane a condurre una coraggiosa revisione dei programmi di studio.



La questione è stata affrontata con un ampio studio “Value of Travewlling” su un campione significativo della popolazione mondiale da momondo, piattaforma digitale di ricerca voli, hotel e auto a noleggio, realizzato su 7.292 individui in 18 Paesi, che dimostra una chiara associazione tra viaggiare e una maggiore fiducia nei confronti delle persone di culture, religioni e paesi diversi.

Per il 76% degli intervistati, viaggiare li ha resi più aperti nei confronti delle differenze e delle diversità tra popoli e culture, mentre il 75% sostiene di aver migliorato la propria opinione nei confronti dei Paesi che ha visitato.

A livello italiano, lo studio dimostra quanto il viaggio sia ritenuto strumento privilegiato per abbattere le barriere tra i diversi popoli e le diverse culture “se si viaggiasse di più ci sarebbero meno pregiudizi, più tolleranza e più pace nel mondo”.

Secondo il 60% degli intervistati, rispetto a cinque anni fa, oggi le persone sono meno tolleranti nei confronti delle altre culture. Confrontato con il dato globale pari al 48%, è evidente che in Italia questa percezione è molto più diffusa e sentita, soprattutto rispetto a paesi come Cina e Russia, in cui la percentuale si riduce notevolmente.

Questa la classifica dei viaggiatori mondiali, in cui emerge che i più grandi viaggiatori sono gli europei, in particolare quelli provenienti dal nord del continente: norvegesi, danesi, svedesi e britannici formano la top 5 dei più assidui viaggiatori, seguiti da tedeschi, italiani e americani. Chi invece viaggia meno all’estero sono messicani, brasiliani, russi, sudafricani e turchi.

Negli incontri interreligiosi, “la parola più importante è dialogo”. Un concetto apparentemente scontato, che tuttavia papa Francesco ha voluto ribadire nella breve udienza concessa alcuni giorni fa ai partecipanti al Colloquio con il Royal Instytute for Interfaith Studies di Amman, promosso dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.

Per colpire il terrorismo alla radice, bisogna prima di tutto combatterlo nei cuori e nelle menti di coloro che sono più a rischio di reclutamento. La loro ideologia identifica i “nemici”, in modo che poi possano essere attaccati ovunque si trovino, a Parigi come ad Aleppo.

In primo luogo bisogna, dunque, “contrastare le ideologie dei gruppi terroristici”, che si basano su interpretazioni tendenziose: i leader religiosi devono delegittimare “la manipolazione della fede e la distorsione di testi sacri come giustificazione per la violenza”.

Bisogna anche ricordare il ruolo di umanizzare e civilizzare proprio delle religioni, come ha fatto la Quarta riunione del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e dell’Istituto Reale per gli studi interconfessionali di Amman, lo scorso 7 maggio.


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